Imprese italiane del fotovoltaico sui mercati esteri: chi va e con quali opportunità

Con la contrazione del mercato nazionale le imprese italiane del fotovoltaico si muovono verso nuovi paesi: il 18% di quelle attive nei segmenti moduli, inverter e sviluppo impianti a fine 2013 ha ottenuto oltre il 10% del proprio fatturato all'estero.

18/04/2014
Imprese italiane del fotovoltaico sui mercati esteri: chi va e con quali opportunità

Con la contrazione del mercato nazionale, a partire dal 2012, le imprese italiane del fotovoltaico si stanno orientando verso l'estero, forti del know-how tecnologico e manageriale sviluppato negli ultimi anni. Ad esempio, il 36% delle aziende che producono inverter si stanno internazionalizzando, mentre il 15% delle imprese che progettano e sviluppano impianti, la stragrande maggioranza delle ditte del settore, si muove già su mercati esteri, preferendo i paesi limitrofi come Grecia, Romania, Ucraina, Polonia, Turchia e Israele.

Ma per l’internazionalizzazione delle imprese del settore serve una conoscenza approfondita dei sistemi normativi e regolatori locali, degli strumenti di business e della contrattualistica legale. Senza parlare poi della necessità di una adeguata allocazione di risorse, un sostegno finanziario alle spalle e una formazione ad hoc delle risorse umane. In poche parole serve preparazione e organizzazione. Nell’ambito di Solarexpo-The Innovation Cloud l’evento Internationalization Hot Spot si offrirà proprio come una piattaforma per favorire un confronto diretto tra le imprese italiane e una rappresentanza qualificata degli attori istituzionali, associativi, finanziari e imprenditoriali del solare e delle altre tecnologie green a livello internazionale.

Dell'internazionalizzazione dei player italiani del fotovoltaico si è trattato anche nel 'Solar Energy Report' dell'Energy & Strategy Group del Politecnico di Milano. Quali aziende si spostano di più all'estero, quali sono le destinazioni più gettonate e quali i mercati più attraenti?

Il report censisce i vari Paesi costruendo un indice di attrattività (I.A.), con punteggi da 1 a 3, che tiene conto di vari fattori, tra cui normativa e incentivi, sviluppo delle infrastrutture e livello di competitività (vedi tabella sotto, clicca per ingrandire). I paesi più interessanti per l’industria fotovoltaica risultano quelli dell’area mediterranea (Medio Oriente e Nord Africa, con un I.A. compreso tra 2,4 e 2,8), caratterizzati da una filiera ancora in fase di costituzione, all’interno della quale anche i produttori di tecnologia del nostro Paese potranno trovare il loro spazio facilitati anche dalla prossimità geografica. Ulteriori mercati a elevato potenziale e – contemporaneamente – ad alto indice di attrattività sono quelli del Sud America (Brasile, Cile e Messico su tutti) e del Sud-Est Asiatico (Thailandia e Taiwan), che costituiscono le nuove frontiere per il mercato internazionale.

Come si stanno muovendo le aziende italiane? Il 18% dei player attivi nelle tre aree di business considerate, cioè moduli, inverter ed EPC/System Integration, mostra il report, a fine 2013 ha ottenuto almeno il 10% del proprio fatturato al di fuori del contesto italiano.

L’area «Inverter», costituita da aziende che appartengono spesso a gruppi industriali conglomerali è quella a maggior grado di internazionalizzazione, con circa il 36% degli operatori italiani che si rivolgono al mercato estero. Gli 'inverteristi' italiani operano anche in mercati generalmente difficili da aggredire, in quanto fortemente influenzati da politiche di local content, come Cina, India e Turchia, o dove la competizione con operatori locali risulta elevata, come negli USA. In questi casi la scelta prevalente è quella di predisporre filiali produttive locali.

Più difficile il percorso di internazionalizzazione per i produttori di moduli, in gran parte PMI, che soffrono la competizione di prezzo e la struttura commerciale estremamente capillare dei grandi produttori cinesi e statunitensi. In questo segmento i casi di successo sono quelli di imprese che collaborano con sviluppatori ed EPC nazionali per raggiungere i mercati target che questi ultimi si propongono di servire.

A livello numerico sono gli EPC/S.I. le aziende italiane più presenti all'estero, il 50% di tutte le imprese italiane del FV che hanno avviato un processo di internazionalizzazione. Questa tipologia di operatori si mostra particolarmente presente nei mercati limitrofi (soprattutto nell’area europea), con strutture commerciali attivate a partire dal 2011 in Paesi quali Grecia, Romania, Ucraina, Polonia, Turchia e Israele, al fine di sfruttarne le opportunità nel breve termine attraverso un modello simile a quello già adottato sul mercato domestico. È minore invece il numero di imprese che si sono rivolte ai mercati emergenti geograficamente più lontani e con contesti normativi e infrastrutturali molto diversi (Sud Africa, Brasile, Centro Africa e Sud Est Asiatico).

Nei prossimi due anni è atteso, oltre a un rafforzamento della presenza delle imprese italiane sui mercati esteri già serviti, un ampliamento della copertura internazionale grazie, soprattutto, alle imprese delle aree «EPC» e «Inverter». In particolare, i nuovi mercati verso i quali le imprese italiane mostrano una maggiore apertura sono quelli dei Paesi ad alta attrattività (I.A. superiore a 2,3 punti) come Nord Africa, Centro e Sud America e Sud Est Asiatico (si veda mappa sotto).

“Nell’approcciare questi nuovi mercati le imprese italiane hanno la straordinaria opportunità di trovarsi di fronte a una filiera ancora embrionale, quando non addirittura inesistente, che consente di disporre di spazi di mercato ancora non presidiati”, spiegano gli autori del report.

Opportunità che le imprese italiane si stanno dimostrando in grado di percepire, ma per coglierle occorre superare una serie di barriere: ad esempio la difficoltà generalizzata nel reperire risorse finanziarie e la competizione con player statunitensi, spagnoli e tedeschi e asiatici, che dispongono di una rete organizzativa e commerciale già consolidata e scalabile.

Infine in molti mercati – ad esempio quelli asiatici - bisogna fare i conti con l’esistenza di ostacoli di natura culturale, ma anche di lacune normative e di infrastrutture che comportano una difficile replicabilità del «modello italiano», rendendo necessaria una logica di collaborazione con molteplici attori - operatori locali e istituzioni soprattutto - anziché focalizzata sulla mera fornitura di tecnologia.